Il carbone è morto in Italia.
Sotto l'1% del mix elettrico nel 2026. Nel 2010 era al 14.6%. Cosa significa per l'aria, le bollette, e i lavoratori delle centrali in chiusura.
Era una storia lunga 100 anni. Le prime centrali a carbone in Italia sono degli anni '20 del Novecento. Per quasi tutto il dopoguerra, il carbone è stato la spina dorsale della rete elettrica italiana — meno protagonista del petrolio negli anni '70, ma sempre presente, soprattutto nei poli industriali del Sud.
Oggi è praticamente finito. Il 1.8% del mix elettrico italiano viene da carbone — meno dell'1% in alcune settimane di alta produzione solare. Le ultime centrali italiane sono Brindisi Cerano (in chiusura 2026), Civitavecchia (chiusa parzialmente, conversione a eolico offshore), Fusina e La Spezia.
Il piano è chiusura totale entro il 2025-2027 secondo lo SEN (Strategia Energetica Nazionale). Le aree intorno alle centrali (Brindisi, Civitavecchia) hanno già visto miglioramenti misurabili nella qualità dell'aria: -30% di particolato negli ultimi 5 anni. Le riconversioni dei lavoratori sono state più lente del previsto — fondi UE Just Transition spesi al di sotto del 30%.
Domande frequenti.
Il carbone è davvero finito in Italia?
Quasi. Nel 2026 il carbone copre meno del 2% del mix elettrico italiano (1.8% medio). Nel 2010 era al 14.6%. Le ultime centrali a carbone (Brindisi, Civitavecchia, Fusina, La Spezia) sono in chiusura programmata entro il 2025-2027.
Cosa significa per l'aria che respiriamo?
Il carbone è la fonte fossile più inquinante: produce CO2, NOx, SO2, particolato. La sua uscita ha effetti misurabili sulla qualità dell'aria nelle aree industriali (Brindisi, Civitavecchia hanno visto -30% di particolato in 5 anni).
E i lavoratori delle centrali a carbone?
Le riconversioni sono state difficili. Civitavecchia diventa hub eolico offshore. Brindisi pianifica idrogeno verde. Il piano Just Transition UE assegna 4,3 mld € per riconversione lavoratori italiani — ne sono stati spesi <30%.
Possiamo dire addio al carbone definitivamente?
Sì, ma con cautela. Il piano governativo prevede chiusura totale entro il 2030. Però il backup gas è ancora critico — fino a quando non avremo abbastanza accumuli (batterie, idrogeno, pompaggio idroelettrico).
Fonte: ENTSO-E · serie storica generazione per fonte